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Arunachala

Sri Ramana Maharshi visse in diversi luoghi a Tiruvannamalai e poi in alcune caverne sulla Collina di Arunachala finché non si stabilì in quello che venne chiamato Sri Ramanasramam, dove visse fino al suo Mahanirvana nell’aprile 1950. Non prese mai formalmente il sannyasa né dichiarò mai di avere discepoli. Dal giorno in cui arrivò fino al suo Mahanirvana, Ramana non lasciò mai l’amato Arunachala.

Il primo posto in cui Ramana risiedette a Tiruvannamalai fu il tempio grande. Per alcune settimane rimase nella sala delle mille colonne. Ma fu presto disturbato da alcuni monelli che gli tiravano pietre mentre sedeva in silenzio. Si spostò quindi in una cripta sotterranea conosciuta come Patala Lingam, dove la luce del giorno non arrivava mai. Sedeva profondamente assorbito nel Sé ed era inconsapevole dei morsi di vermi e formiche che infestavano il luogo.

 

Patala Lingam
Patala Lingam

 

Sri Bhagavan allo Skandashram con la madre Alagammal (davanti, a destra) e devoti<em>Click to enlarge</em>
Sri Bhagavan allo Skandashram con la madre Alagammal (davanti, a destra) e devotiClick to enlarge

I monelli, però, trovarono presto il suo rifugio e ritornarono al loro passatempo di tirare pietre al giovane Brahmana Swami, o Ramana come allora era chiamato. In quel periodo viveva a Tiruvannamalai un famoso Swami chiamato Seshadri Swamigal, che si prese cura di Ramana e cacciò via i monelli. Ramana era così assorbito nello Splendore della Beatitudine che non si accorse quando infine alcuni devoti arrivarono, lo sollevarono fuori dal pozzo e lo portarono al vicino tempio di Subrahmanya. Per circa due mesi rimase là senza alcuna cura delle sue necessità corporee. Per farlo mangiare, doveva essere imboccato con decisione. Per fortuna c’era sempre qualcuno che si prendesse cura di lui. Ramana in seguito si spostò in diversi giardini, boschetti e templi nelle vicinanze. Fu nel boschetto di manghi che lo trovò suo zio paterno Nelliyappa Aiyar di Manamadurai. Nelliyappa Aiyar fece del suo meglio per portare suo nipote con sé a Manamadurai ma il giovane saggio non rispose. Non mostrò alcun segno d’interesse per il visitatore. Allora Nelliyappa Aiyar ritornò deluso a Manamadurai. Inviò, comunque, la notizia ad Alagammal, la madre di Ramana.

 

Nagasundaram, Alagammal e Sri Ramana
Nagasundaram, Alagammal e Sri Ramana

Infine la madre si recò a Tiruvannamalai, accompagnata dal figlio maggiore Nagaswamy. Ramana viveva a Pavalakkunru in quel periodo, uno degli speroni orientali di Arunachala. Con le lacrime agli occhi Alagammal tentò di convincere Ramana a tornare con lei, ma per il saggio non c’era ritorno. Niente poteva convincerlo – neanche le lacrime di sua madre. Rimaneva in silenzio e sedeva tranquillo. Un devoto che aveva osservato la lotta della madre per vari giorni chiese a Ramana di scrivere almeno qualcosa. Il saggio scrisse su un pezzo di carta:

Il Divino controlla il fato delle anime in accordo con le loro azioni passate. Qualsiasi cosa sia destinata a non avvenire non avverrà, nonostante tutti gli sforzi che si possano fare. Ciò che è destinato a succedere accadrà, per quanto si possa cercare di fermarlo. Questo è certo. La migliore condotta è, quindi, rimanere silenti.

Con il cuore pesante, la madre ritornò a Manamadurai. Qualche tempo dopo questo evento, Ramana cominciò a vivere in diverse caverne sulle pendici di Arunachala. Virupaksha, la caverna in cui Ramana rimase più a lungo (17 anni), è sul versante sud-est. Durante i suoi primi anni sulla Collina, Ramana rimaneva generalmente in silenzio. Lo splendore che irradiava aveva già attirato attorno a lui un gruppo di devoti: non solo cercatori della Verità, ma anche gente semplice, bambini e anche animali. I bambini dalla città si arrampicavano su per la collina, fino alla Virupaksha, si sedevano vicino a lui, giocavano e poi se ne tornavano felici. Scoiattoli e scimmie erano soliti mangiare dalle sue mani.

La madre di Ramana gli fece visita diverse volte. Una volta cadde ammalata per alcune settimane, mostrando i sintomi del tifo. Nonostante la sua nota precedente sull’inevitabilità del destino, Ramana compose un inno in Tamil in cui pregava il Signore Arunachala di guarirla dalla malattia. Mostrò anche una grande sollecitudine nel curarla fino alla guarigione. Il primo verso dell’inno recita così:

Oh Medicina nella forma della Collina che sorse per guarire la malattia di tutte le nascite che giungono in successione come onde! Oh Signore! È compito Tuo salvare mia madre che pone il suo rifugio solo ai tuoi piedi e curare la sua febbre.

Alagammal si riprese e ritornò a Manamadurai. All’inizio del 1916 Alagammal ritornò a Tiruvannamalai determinata a trascorrere il resto della sua vita con Ramana. Qualche tempo dopo il suo figlio minore, Nagasundaram, la seguì. Dopo l’arrivo della madre, Ramana si spostò dalla Virupaksha allo Skandasramam, un po’ più in alto. Qui la madre ricevette un intenso addestramento alla vita spirituale. Cominciò a cucinare per il piccolo gruppo di devoti che si erano raccolti lì. Nagasundaram divenne un rinunciante con il nome di Niranjanananda Swami.